"ETIOPIA EXPERIENCE"

Ciao Federica, come hai conosciuto l’Associazione Shosholoza Onlus?
Ho conosciuto Shosholoza grazie ad un volantino appeso in università che pubblicizzava il progetto di scambio con l’ospedale di Mekelle.

Perché hai deciso di partire? Quale è stata la tua motivazione?
Sono molteplici le ragioni per le quali ho deciso di partire per l’Etiopia: in primo luogo sono una persona molto curiosa e aperta alle novità, soprattutto quando si tratta di scoprire culture, lingue e popoli diversi dal mio e, per questo, sono stata da subito molto interessata a visitare un paese nel quale non ero mai stata e, in particolare, mi affascinava l’idea di scoprirlo attraverso la lente della medicina; in secondo luogo ho ritenuto che essere al quinto anno di medicina fosse il momento migliore per svolgere un periodo di tirocinio in un ospedale di un paese così diverso dall’Italia (in questa fase dell’apprendimento si hanno sufficienti conoscenze per poter apprezzare le differenze tra i due sistemi sanitari, per poter comprendere come vengono trattati i vari casi clinici, anche qualora si tratti di patologie che in Italia non esistono o non sono comunemente riscontrabili e per poter superare le barriere linguistiche anche in un campo come quello medico); infine una delle ragioni che più mi ha spinta a partire è il fatto che sto attraversando un periodo della vita in cui sento di avere bisogno di novità, di ampliare i miei orizzonti anche per poter avere più elementi possibili che mi aiutino nella scelta del mio futuro percorso sia di studi sia lavorativo, soprattutto considerando il fatto che l’idea di lavorare in un paese in via di sviluppo mi ha sempre affascinata.

Raccontaci il progetto al quale hai preso parte.

Il progetto al quale ho partecipato consisteva nello svolgimento di un periodo di tirocinio di 3 settimane nell’ospedale etiope di Mekellè.  L’ obiettivo di questo scambio era quello di darci la possibilità di vedere come funziona la sanità in un paese in via di sviluppo, di confrontare i sistemi di cura nei due Stati, oltre a quello, ovviamente, di ampliare le nostre conoscenze in campo medico e visitare un paese nuovo.
Durante il nostro soggiorno eravamo libere di frequentare i reparti che più ci interessavano e io ho scelto di stare in quello di pediatria, terapia intensiva pediatrica, psichiatria.

Per qualche giorno ho frequentato emergenza e sala parto, ma ho passato la maggior parte del tempo in medicina legale, dove ho avuto l’occasione di conoscere meglio il sistema giuridico etiope. Durante i due weekend che ho trascorso in Etiopia sono stata nella città di Kobo,  dove ci sono un orfanotrofio e un piccolo ospedale per il quale ho fatto qualche ora di reparto. Inoltre ho avuto l’opportunità e il tempo di partecipare ad una gita organizzata in Dancalia, durante la quale ho visitato luoghi meravigliosi, tra cui un vulcano.

C’è qualcosa che ti ha colpito durante la permanenza in Etiopia?

Tante sono le cose che mi hanno colpita durante il mio soggiorno in Etiopia, ma quella che più mi è rimasta impressa è l’atteggiamento positivo e curioso della gente locale. La maggior parte delle persone erano estremamente disponibili nei confronti miei e della mia compagna di viaggio, volevano conoscerci ed erano sempre disposti ad aiutarci. Inoltre ho notato che gli etiopi tendono ad essere sempre sorridenti e ad affrontare con spirito positivo anche situazioni difficili come le malattie.

Inoltre mi ha impressionata l’enorme preparazione dei medici in ambito tecnico, cosa che, però, si scontra con la scarsissima conoscenza  in materia della popolazione locale (che per questo tende ad affidarsi ciecamente ai medici). 

Cosa ti porti a casa da questa esperienza a livello personale e professionale? Pensi che un tirocinio in un Paese come l’Etiopia possa essere un valore aggiunto per la formazione professionale di un medico?

Sono talmente tante le emozioni che ho provato in questo viaggio che non saprei neanche da dove iniziare a rispondere…

Sicuramente a livello personale ho acquisito molta sicurezza; intraprendere un viaggio emotivamente così carico come prima esperienza da sola in un paese totalmente diverso dall’Italia, in cui mancano certe comodità che noi diamo per scontate (come avere l’acqua corrente) e tornare con così tanta positività, per me significa molto. Inoltre, mi porto a casa l’immagine di una paese stupendo sia dal punto di vista dei paesaggi sia per  il modo di vivere e la positività delle persone. 


Dopo questa esperienza ho tantissima voglia di mettermi in gioco in contesti diversi da quello a cui sono abituata, di esplorare paesi diversi dall’Italia, nuove realtà e nuove culture che possano ulteriormente stimolare una crescita a livello personale. Vorrei, inoltre, poter tornare in Etiopia, in quanto le strutture che abbiamo vissuto costituiscono un potenziale, a livello di apprendimento, che potrebbero rendere più completo il mio percorso di studi.

Un’altra cosa che mi porto a casa è la certezza che medicina sia la strada giusta per me e, allo stesso tempo, però, mi porto a casa il dubbio che il mio futuro non sia necessariamente in Italia.

Dal punto di vista professionale sono molto felice di avere fatto questa esperienza e la ritengo un valore aggiunto per la mia formazione perché ho avuto modo di imparare molto a proposito di malattie che in Italia non ci sono o comunque sono rare. Ho avuto l’occasione, inoltre, di migliorare il mio livello di inglese in campo medico e ho avuto la possibilità di applicare alcune delle mie conoscenze in un contesto diverso da quello dei nostri ospedali. Si tratta di strutture non lontane da quelle a cui siamo abituati, ma lontane dall’immaginario collettivo su alcune realtà africane che non mi sarei sentita di poter affrontare.

Consiglieresti la stessa esperienza ai tuoi colleghi?

Se devo essere onesta non so se consiglierei questo tipo di esperienza a tutti. Sicuramente è fondamentale per una corretta preparazione medica non limitarsi a conoscere solo la situazione sanitaria italiana, però, per fare un’esperienza come questa in Etiopia, bisogna essere molto aperti mentalmente ed essere molto empatici; è necessario saper mettere da parte i giudizi e i preconcetti e saper rinunciare alle comodità alle quali siamo abituati, perché solo così si può apprezzare la bellezza di un paese come l’Etiopia. Infine è necessario affrontare una simile esperienza con tantissima umiltà perché da studente soprattutto, ma non solo, si sta andando principalmente ad imparare e non ad insegnare o a mostrare il nostro livello di preparazione.

Grazie Federica, da parte di tutto lo staff dell’Associazione Shosholoza Onlus e buona fortuna per il tuo futuro e per la tua carriera lavorativa. 

Intervista a

Federica Maresca

 

 

 

 

 

 

 

Giovane studentessa della Facoltà di

Medicina e Chirurgia

San Luigi Gonzaga di Torino.

 

Grazie all’associazione Shosholoza Onlus,

ha potuto svolgere una parte del suo tirocinio all’Ospedale di Mekelle, in Etiopia.